Jihad 2.0 – alcune considerazioni

Jihad 2.0 – alcune considerazioni

I cosiddetti terroristi della jihad 2.0, i vari “miliziani fai da te” del Califfato Nero ci fanno paura e ci hanno cambiato la vita. È inutile negarlo soprattutto dopo i fatti di Parigi e Bruxelles. La sensazione di impotenza e di angoscia è ormai tangibile anche nel nostro “Bel Paese” soprattutto ora che siamo nel pieno del Giubileo della “Misericordia”. Ammettiamolo: adesso varcare la soglia di un aeroporto o di una metropolitana non è più la stessa cosa. Anche entrare in un centro commerciale affollato o in uno stadio suscita un certo senso di allarme nella parte più arcaica ed istintiva del nostro encefalo.

C’è un’ombra che ci accompagna e che non riesce a dissipare nemmeno il più cinico fatalismo. Un’ombra che ci porta a diffidare praticamente di chiunque ormai. Perché abbiamo paura nelle nostre case, nelle nostre città, nelle nostre vite e non eravamo preparati a tutto questo. Abbiamo molta più paura di prima perché ora questi “aspiranti Rambo nostrani” sono vicini, troppo vicini a noi e ci assomigliano terribilmente. Abbiamo paura principalmente perché stavolta affrontiamo un nemico “liquido” che non ci hanno insegnato a riconoscere.

Un “nemico” che spesso parla la nostra stessa lingua, che abbiamo allevato nelle nostre case, che abbiamo formato nelle nostre scuole e che abbiamo assunto nelle nostre aziende. Sono davvero in molti, migliaia a quanto sembra, i ragazzi europei tra i 18 e i 25 anni pronti ad affiancare il terrorista incappucciato di origine londinese che si è reso protagonista di un video che riprendeva, attimo dopo attimo, la brutale esecuzione del giornalista James Foley. E tra questi, secondo i nostri servizi di intelligence, ci sarebbero anche almeno 50 ragazzi italiani, tutti reclutati via internet e pronti a morire ovunque vengano inviati per la Jihad, la famigerata (ma evidentemente assai intrigante per soggetti profondamente vulnerabili sotto il profilo psicologico) “guerra santa” islamica. E si tratterebbe non di figli di immigrati ma di italiani (eh già…) recentemente convertiti all’Islam, quasi tutti maschi, tutti giovanissimi. Si tratta (letteralmente) di aspiranti terroristi “della porta accanto”.

Ragazzi all’apparenza indistinguibili da tutti gli altri coetanei, anonimi, invisibili, in cerca del loro “posto nel mondo”. E vulnerabili, terribilmente vulnerabili e suggestionabili. Prodotto di scarto di una società, quella occidentale, decadente e decaduta, incapace di offrire realistiche prospettive alle generazioni più recenti. Tutti pronti ad “immolarsi” nel nome di un ideale di cui conoscono molto poco e che non gli somiglia per niente, almeno sotto il profilo culturale. Molti di loro, reclutati proprio (e non a caso) via web, con ogni probabilità non hanno neppure ben chiaro che non si tratta di un videogioco. Che qui le persone muoiono davvero. In primis proprio i terroristi. E che una volta arrivati al “game over” non si può ricominciare la partita.

Hanno il volto rassicurante del figlio indolente del nostro vicino di casa che ci sembra così tranquillo, dell’amico un po’ introverso e taciturno dei nostri figli. Passano inosservati da sempre perché non hanno nulla per cui valga la pena notarli. Eppure sono pronti a farsi esplodere anche in mezzo a noi per mietere il più alto numero possibile di vittime perché qualcuno, in primis via internet, ha saputo innescare il potenziale distruttivo che alberga, silente, in ciascuno di loro e che si alimenta di paura e fragilità psicologica.

A questo punto sorge prepotentemente una domanda: come possiamo proteggerci? Il governo francese ha pensato bene di trasformare la tragedia che lo ha colpito in un’utile occasione di riflessione e ha pubblicato sul sito istituzionale “stop-djihadisme.gouv.fr” una serie di informazioni preziose e i numeri da contattare in caso di necessità. Di particolare interesse è la linea-guida per riconoscere i comportamenti potenzialmente sospetti da parte di un presunto/aspirante “terrorista”. L’obiettivo della pubblicazione è mettere nelle condizioni il cittadino comune di segnalare tempestivamente tutto ciò che nota di sospetto e aiutare così il lavoro delle Forze di Polizia che presidiano il territorio. L’idea di trasformare i cittadini in “antenne” investigative è sicuramente molto interessante.

Del resto il contrasto nei confronti di questo tipo di soggetti è sicuramente un interesse primario per tutti ormai, che si indossi una divisa o meno. E ognuno è chiamato a fare la propria parte, senza inutili allarmismi certo, ma è bene tenere gli occhi e le orecchie aperti. Secondo il sito francese, i principali segnali da cogliere a carico del sospetto (magari un amico o un familiare) aspirante “jihadista” (che andranno poi sempre e comunque valutati da chi di dovere) sarebbero in particolare i seguenti:

1) il soggetto prende le distanze e non si fida più dei vecchi amici, considerati “impuri”;
2) il soggetto disconosce o si allontana dai membri della propria famiglia;
3) il soggetto smette di mangiare certi cibi, cambiando drasticamente le proprie abitudini alimentari;

4) il soggetto lascia la scuola perché l’insegnamento farebbe parte del “complotto” di matrice occidentale;
5) il soggetto non ascolta più la musica perché lo distrae da una missione molto più importante;

6) il soggetto non guarda più la Tv e non va più al cinema per evitare di vedere immagini “proibite”;
7) il soggetto non pratica più sport perché le attività sono promiscue (ossia vi partecipano maschi e femmine insieme);

8) il soggetto cambia drasticamente stile di abbigliamento;
9) se si tratta di un soggetto di sesso femminile, comincia progressivamente a nascondere il propri corpo e a coprirsi il capo;
10) il soggetto trascorre molto tempo su siti o social media considerati a forte contenuto estremistico.

Si tratta indubbiamente di una serie di indicazioni molto utili che possono essere colte da chiunque attraverso la semplice osservazione di coloro che ci stanno intorno e con cui condividiamo la nostra rete di contatti. Basteranno tali indicazioni ad arginare la “deriva” jihadista? Con ogni probabilità no, ma si tratta di un buon punto di partenza per superare quel senso di dilagante impotenza che ci distrae e per diventare parte attiva in una guerra senza esclusione di colpi che ormai ci riguarda da vicino.

 Roberta Bruzzone