Affinche' morte non ci separi...

I consigli di Roberta Bruzzone criminologa

Affinché morte non ci separi…

Come ormai vado ripetendo da molti anni ogni volta che ne ho l’occasione, contrariamente a quanto ci hanno insegnato le nostre mamme e le nostre nonne (troppo spesso dispensatrici di prototipi maschili e/o familiari che esistevano solo nelle favole a lieto fine che ci raccontavano per ritardare il più possibile il nostro ingresso nel mondo reale, quel mondo in cui, quando incontri la persona sbagliata, il lieto fine te lo puoi proprio scordare…), purtroppo l’amore può trasformarsi in maniera malevola, diventare una trappola asfittica fatta di rancori inesauribili, di egoismo, di invidie inconfessabili, di complessi di inferiorità, di menzogne compulsive, di immaturità, di sete spietata di controllo, di umiliazioni sistematiche e riservare bruttissime “sorprese…
E di questo tipo di “amore” si può anche morire, a volte.

Ce lo confermano anche i dati della ricerca effettuata da ProsMedia che sin dal titolo ci racconta una realtà davvero agghiacciante: “Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femminicidio secondo la nazionalità dei protagonisti”. Del resto lo sappiamo bene che la violenza di genere non conosce limiti di ceto sociale, livello socio-culturale, fascia d’età e anche area geografica.

Si tratta infatti di un problema ormai strutturale, in larga parte sommerso, che non consente a questo genere di ricerche di coglierne comunque la reale, drammatica, portata. Sono state 106 nel 2015 le donne uccise dalla violenza di genere, soprattutto dalla violenza di matrice relazionale all’interno del perimetro familiare. Si tratta della punta di un iceberg di orrore che si consuma quotidianamente sotto i nostri occhi, nelle nostre case. E non si tratta certo di un problema solo italiano, ma questo non è certo un buon motivo per essere ottimisti.

Parafrasando il titolo di un film famoso di qualche anno fa, questo non è un pianeta per donne. Quello che è successo a Colonia altro non è che l’ennesima dimostrazione della portata del fenomeno e delle sue letali metastasi culturali in ogni angolo del pianeta. E come spesso accade, anche dinnanzi a fatti di tale inenarrabile gravità c’è il solito “illuminato di turno”, in questo caso si tratta di un imam di Colonia, che si erge a paladino della colpa originale da assegnare sempre, comunque e a prescindere alla “donna” che provoca con la sua fisicità, con il suo stile di abbigliamento o per via della fragranza del suo profumo “invitante”.

Certo, queste affermazioni si commentano da sole ma dimostrano, una volta di più, l’estrema fragilità delle ancora troppo recenti conquiste culturali a favore della condizione femminile. Ecco perché non possiamo permettere che passino certi messaggi che ci portano indietro di millenni e, soprattutto, non possiamo permettere che per gettare la “colpa” sulle donne, ancora troppo spesso considerate le “eredi di chi istigò il povero Adamo a commettere il peccato originale”, basti una boccetta di buon profumo o un abbigliamento di matrice un po’ “troppo” occidentale.
Indubbiamente, almeno all’interno dei confini europei, la violenza sulle donne resta prevalentemente un fenomeno che riguarda la coppia e la famiglia in generale.

Storie di ordinario “malamore” come le ho ribattezzate molto spesso. Certo bisogna incappare in una forma d’amore distruttiva, maligna, in grado di trasfigurare il nostro “oggetto d’amore” al punto da trasformarlo nel nostro peggior nemico giorno dopo giorno. Dopo tanti anni passati sulle scene del crimine nei delitti più brutali avvenuti nel nostro Paese, potete credermi quando vi dico che tale metamorfosi maligna può avvenire con una facilità ed una rapidità disarmante ma quasi mai in maniera davvero imprevedibile, perché i segnali della tragedia imminente c’erano eccome, ma purtroppo sono stati riconosciuti con il “senno di poi”, spesso davanti ad una lapide.
E’ capitato e capiterà alla maggior parte di noi di vivere una storia sbagliata.

Incontri una persona di cui ti invaghisci, cominci a produrre ossitocina “a manetta” (che ti indebolisce l’esame di realtà, a volte anche la vista e l’udito…) e passi le giornate a proiettare su di lei/lui tutte le migliori qualità del mondo, qualità che spesso, però, “il lui/la lei delle meraviglie” sono ben lontani dal possedere e che si limitano a “recitare” temporaneamente, giusto il tempo per guadagnarsi l’amore incondizionato del malcapitato di turno e farne scempio alla prima occasione.
I segnali “premonitori” di tale scenario spesso si manifestano già all’inizio di una storia sbagliata ma quasi mai siamo disposti a riconoscerli come tali.

Tendiamo (uomini e donne sul punto non sono poi così diversi) a giustificare l’ingiustificabile e a sacrificare la nostra parte migliore in nome di un “amore” che assomiglia fin troppo alla dipendenza affettiva. E si può dipendere affettivamente da qualunque persona, anche da un vero e proprio “mostro” della porta accanto (che mostro diventa solo dopo che quella porta l’ha varcata…), come ci ha fin troppo spesso raccontato la cronaca nera.

Roberta Bruzzone